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24 maggio 2012

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Chiude il caseificio confiscato alla mafia

Dovrebbero essere il simbolo della vittoria dello Stato sulla criminalità organizzata. Aziende e beni confiscati che riprendono nuova vita nel segno della legalità e che da imprese di mafia diventano esempi di lavoro pulito e redditizio. Il condizionale è d'obbligo perché in Sicilia la storia di un'azienda sottratta alla mafia finisce malissimo. Chiude un'azienda da un nome che non può non evocare la criminalità organizzata, il caseificio "Provenzano" di Giardinello, gestita in amministrazione giudiziaria e confiscata quattro anni fa alla famiglia mafiosa di Giuseppe Grigoli, prestanome di Matteo Messina Denaro. Il boss, ritenuto la primula rossa della mafia, che è sotto assedio da parte degli investigatori. Lo scorso dicembre i carabinieri del Ros aveva eseguito undici arresti nel Trapanese.
Ieri, giorno nel quale l’Italia intera a ricordato il sacrificio dei due eroi antimafia per eccellenza, i giudici Falcone e Borsellino, per questa impresa è stata avviata la procedura fallimentare e alla porta sono stati messi i trentanove dipendenti rimasti. All'inizio erano prima cinquantadue, ma tredici sono stati già licenziati.
Un brutto segnale per la lotta alla mafia, una conferma che la gestione dei beni confiscati alle cosche mostra dei limiti.

La settimana prossima i lavoratori si riuniranno in assemblea per protestare pubblicamente contro i licenziamenti mentre la Flai Cgil di Palermo chiede la cassa integrazione straordinaria per cessazione attività e contesta l’inadeguatezza della legislazione per le aziende sottratte ai boss, che rispetto ai patrimoni e agli appartamenti confiscati riscontrano gravi problemi di sopravvivenza dovuti all’accesso al credito e necessitano di manager competenti in grado di gestire le reti di distribuzione del prodotto.
"Oggi chiude un'azienda confiscata alla mafia malgrado l’esistenza di una normativa come la legge La Torre e nell'anniversario della strage di Falcone", lamenta Nuccio Ribaudo, segretario della Flai Cgil di Palermo.
L’azienda Provenzano, al pari di tutte le aziende confiscate, era caratterizzata da una esposizione debitoria gravissima (28 milioni di euro di debiti con le banche) e dalla mancanza di liquidità necessaria per consentire la continuità dell’attività produttiva. Il curatore giudiziario era riuscito a rimettere in moto l'azienda, nata con i Patti territoriali, attraverso la valorizzazione di un prodotto di alta qualità, che veniva commercializzato soprattutto all'estero, dalla Grecia a Londra. "Tutto questo - spiega Nuccio Ribaudo - è avvenuto grazie ai sacrifici dei lavoratori, ai quali è stato diminuito il salario mensile e che ha accettato turni di lavoro flessibili. In questo modo la Provenzano, malgrado la crisi economica, è sopravvissuta per quattro anni. Purtroppo le scelte del tribunale di Marsala, che gestiva le indagini sulla precedente gestione aziendale, e dell’Agenzia delle Entrate, non hanno consentito il pagamento del credito d’Iva maturato dalla Provenzano sotto la gestione giudiziaria, in tutto 1 milione e 800 mila euro, generando la rottura degli accordi di consolidamento del debito e causando la morte dell’attività".

"Era un'azienda che poteva stare sul mercato - aggiunge Ribaudo -. Paga lo scotto delle incongruenze della legislazione attuale. Vedremo se i lavoratori si organizzeranno in cooperativa e riusciranno a rilevare l’azienda. Il direttivo della Flai Cgil si impegna intanto assieme all’osservatorio nazionale della Flai Cgil a sostenere il disegno di legge di iniziativa popolare su questa materia anche per chiedere maggiori risorse economiche e partnership con enti che consentano di superare il passaggio da bene confiscato ad azienda pulita produttiva. Chiediamo anche una certificazione di legalità che dia valore aggiuntivo alla commercializzazione dei prodotti di queste aziende, affinché il binomio legalità/lavoro da semplice slogan diventi una pratica reale".

[Informazioni tratte da Italpress - Corriere del Mezzzogiorno, Il Fatto Quotidiano]


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